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Ninidrina: cos’è il reagente usato per evidenziare le impronte latenti nelle indagini forensi

Avatar di Francesco Faraoni Francesco Faraoni2 giorni ago16 min

La ninidrina è diventata nota anche al grande pubblico per il dibattito intorno alle impronte latenti e, più recentemente, per il richiamo mediatico alla cosiddetta “impronta 33” nel caso Garlasco. In quel contesto, diverse fonti giornalistiche hanno riportato che l’impronta palmare individuata su una parete delle scale della villetta Poggi è stata al centro di nuove valutazioni tecniche e processuali; ANSA, nel dicembre 2025, parlava della possibile estensione degli accertamenti anche a quella traccia, precisando che la questione era oggetto di valutazioni difensive e peritali. Al di là del singolo caso giudiziario, che deve restare nelle sedi tecniche e processuali competenti, la ninidrina merita un approfondimento scientifico perché è uno dei reagenti storicamente più importanti nello sviluppo delle impronte latenti su superfici porose.

Che cos’è la ninidrina

La ninidrina, o ninhydrin, è un composto chimico utilizzato in diversi ambiti analitici per la sua capacità di reagire con gruppi amminici, in particolare con gli amminoacidi. In ambito forense, questa proprietà viene sfruttata per evidenziare le impronte latenti lasciate dal contatto della pelle con una superficie. Secondo il Fingerprint Sourcebook del National Institute of Justice, la ninidrina è particolarmente adatta allo sviluppo delle impronte perché agisce come reagente non specifico per gli amminoacidi, cioè può reagire con più componenti amminoacidiche presenti nel deposito lasciato dalla cute. Dal punto di vista chimico, la ninidrina esiste in equilibrio tra forma idrata e forma anidra; il Fingerprint Sourcebook descrive questo equilibrio tra 2,2-diidrossi-1,3-indanedione e 1,2,3-indanedione. Quando reagisce con gli amminoacidi, produce un composto colorato noto come porpora di Ruhemann, responsabile della tipica colorazione violacea o porpora della traccia sviluppata.

Porpora di Ruhemann: perché questo nome?

Il nome porpora di Ruhemann deriva dal colore e dallo scopritore della reazione. “Porpora” indica la tipica colorazione viola-porpora che compare quando la ninidrina reagisce con gruppi amminici, in particolare con quelli degli amminoacidi. “Ruhemann”, invece, rimanda al chimico Siegfried Ruhemann, che all’inizio del Novecento studiò la ninidrina e osservò la formazione di questo composto colorato nella reazione con ammine e amminoacidi. La letteratura scientifica attribuisce proprio a Ruhemann la scoperta, nel 1910, della reazione della ninidrina con gruppi amminici primari, capace di generare il colorante oggi chiamato Ruhemann’s purple.

Come funziona sulle impronte latenti

Le impronte latenti si formano quando il contatto della pelle deposita sulla superficie una miscela di sostanze: acqua, sali, lipidi, amminoacidi e altre componenti del sudore e del sebo. Su carta, cartone, legno non trattato e altre superfici porose, una parte di questi residui può essere assorbita o trattenuta nel materiale. La ninidrina reagisce soprattutto con gli amminoacidi presenti nel deposito dell’impronta. Il risultato è la comparsa di un colore che può andare dal rosso-violaceo al porpora intenso, rendendo visibili le creste papillari. Il manuale del governo britannico sulle tecniche di sviluppo delle impronte descrive la reazione tra ninidrina e amminoacidi come via di formazione della porpora di Ruhemann, precisando anche che il colore può variare in base alla composizione del deposito. È importante chiarire un punto: la ninidrina non è un test specifico per il sangue. Può evidenziare tracce contenenti ammine o amminoacidi, comprese impronte latenti non ematiche. Un documento tecnico del Fingerprint Source Book britannico ricorda infatti che queste tecniche non sono specifiche per il sangue e possono rilevare altre sostanze contenenti gruppi amminici, incluse le normali impronte latenti.

Su quali superfici viene usata

La ninidrina è usata soprattutto su superfici porose, come carta, cartone, documenti, alcune pareti, legno grezzo o materiali assorbenti. La guida Forensic Science Simplified spiega che superfici porose come la carta vengono di solito trattate con reagenti chimici, tra cui ninidrina e physical developer, per rivelare impronte latenti; la ninidrina, in particolare, fa assumere all’impronta una colorazione porpora che ne facilita la fotografia. Su superfici non porose, come vetro, plastica o metallo, si usano più spesso altre metodiche, per esempio polveri dattiloscopiche, cianoacrilato o coloranti fluorescenti. La scelta della tecnica dipende sempre dal materiale, dallo stato della traccia, dalla sequenza degli accertamenti e dalla necessità di preservare eventuali altre analisi.

Come viene applicata in laboratorio forense

Nella pratica forense, la ninidrina può essere applicata mediante immersione, spruzzo o altre procedure controllate, a seconda del reperto e del protocollo utilizzato. Dopo l’applicazione, lo sviluppo può richiedere tempo; temperatura e umidità possono accelerare la reazione. Le fonti tecniche britanniche precisano che la ninidrina può reagire anche a temperatura ambiente se è disponibile umidità, ma il processo è molto più rapido a temperature e umidità più elevate. Questo aspetto è importante anche per evitare semplificazioni: il bersaglio del reagente, in grande sintesi, è l’umidità di una impronta, perché ne favorisce la reazione. La traccia sviluppata deve poi essere fotografata, documentata e valutata da personale competente.

Cosa può dire e cosa non può dire

La ninidrina può aiutare a rendere visibile una traccia papillare. Tuttavia, da sola non stabilisce l’identità della persona che l’ha lasciata. Dopo lo sviluppo chimico, l’impronta deve essere valutata per qualità, quantità di dettagli, continuità delle creste, presenza di minuzie e possibilità di confronto. La procedura di confronto delle impronte segue metodiche specifiche: analisi, comparazione, valutazione e verifica, spesso indicate con l’acronimo ACE-V. Secondo Forensic Science Simplified, se la traccia non contiene caratteristiche sufficienti, l’esame può concludersi come non utile o inconcludente; se invece è idonea, viene comparata con impronte note e sottoposta a verifica indipendente. Per questo motivo, nel linguaggio divulgativo è prudente distinguere sempre tra sviluppo della traccia e attribuzione dell’impronta. La ninidrina appartiene al primo passaggio: rende visibile o più leggibile una traccia. L’identificazione, quando possibile, richiede un’analisi dattiloscopica successiva.

Studi, ricerche e limiti del reagente

La letteratura forense sulla ninidrina è ampia. Una revisione pubblicata su Analytica Chimica Acta nel 2009 descrive l’introduzione della ninidrina come una tecnica che ha rivoluzionato la visualizzazione delle impronte latenti su superfici porose; la stessa revisione osserva che, da allora, sono stati sviluppati numerosi reagenti sensibili agli amminoacidi, oggi impiegati in diversi laboratori forensi. Esistono anche ricerche comparative con altri reagenti, come DFO e 1,2-indanedione. Il Fingerprint Sourcebook del NIJ riporta che alcuni studi hanno trovato l’1,2-indanedione capace di sviluppare più impronte rispetto a DFO, ninidrina o alla sequenza DFO-ninidrina, pur ricordando che le prestazioni possono variare in base a condizioni ambientali, tipo di carta, umidità e formulazione. La resa del reagente dipende da molti fattori: quantità e composizione del deposito, età della traccia, tipo di superficie, conservazione del reperto, umidità, temperatura, contaminazioni, precedenti trattamenti e qualità della documentazione fotografica. Studi più recenti hanno affrontato anche il tema dei controlli positivi e della standardizzazione. Una ricerca del 2020 su Forensic Science International si è concentrata sui limiti inferiori di rilevazione per tecniche come ninidrina e 1,2-indanedione-ZnCl, con l’obiettivo di sviluppare test di controllo più affidabili per i reagenti di visualizzazione delle impronte.

Perché è un argomento utile per la cultura scientifica

La ninidrina è un buon esempio di incontro tra chimica, biologia della pelle e scienze forensi. Una sostanza chimica nota per la reazione con gli amminoacidi diventa uno strumento utile per rendere visibili tracce lasciate dal corpo umano. Nel contesto forense, ogni risultato deve essere inserito in una catena più ampia: repertazione, conservazione, scelta delle tecniche, documentazione fotografica, confronto, verifica e valutazione da parte degli esperti. La ninidrina è dunque un reagente importante, storico e ancora studiato, ma il suo significato dipende sempre dal contesto tecnico in cui viene usata.

Fonti principali consultate

  • National Institute of Justice, The Fingerprint Sourcebook, capitolo “Latent Print Development”.
  • UK Home Office / Fingermark Visualisation Source Book, capitoli sulle tecniche di sviluppo delle impronte.
  • Jelly R., Patton E.L.T., Lennard C., Lewis S.W., Lim K.F., “The detection of latent fingermarks on porous surfaces using amino acid sensitive reagents: a review”, Analytica Chimica Acta, 2009.
  • Forensic Science Simplified, “Fingerprint Analysis: How It’s Done”.
  • Janssen-Bouwmeester R. et al., “Positive control tests for fingermark development reagents”, Forensic Science International, 2020.
  • ANSA, aggiornamenti giornalistici sul caso Garlasco e sull’impronta 33.

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Francesco Faraoni

Laureato in Tecniche di Laboratorio Biomedico, è autore di contenuti divulgativi su salute, cultura scientifica, benessere e stili di vita.

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A cura di Francesco Faraoni

Content Writer e SEO Specialist, con formazione tecnico-scientifica e laurea in Tecniche di Laboratorio Biomedico.

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